Angela Merkel e le fratture che la politica non ha ancora ricucito

Una riflessione che prende spunto dall’Autobiografia di Angela Merkel ‘Libertà. Memorie 1954-2021 (Rizzoli Editori, 2024), pubblicata su Il T Quotidiano del Trentino 8 ottobre 2026

Angela Merkel e le fratture che la politica non ha ancora ricucitoBasterebbe ricordare che nel maggio 2026 fu il nome di Angela Merkel a circolare negli ambienti diplomatici internazionali come la politica europea più accreditata a diventare mediatrice per la pace in Ucraina, per capire quanto la ex-cancelliera tedesca rimanga oggi una testimone tra le più interessanti per comprendere fratture che oggi ci sembrano insanabili in Occidente e rischiose, come quella fra Est e Ovest della Germania e la crescente ostilità e minaccia militare della Russia. Su entrambi gli scenari, la recente autobiografia di Angela Merkel, Libertà. Memorie 1954-2021 (Rizzoli, 2024), si offre come osservatorio particolarmente potente perchè l'ex cancelliera ha vissuto concretamente in entrambe le Germanie: trentacinque anni nella DDR, sotto il sistema comunista e l'influenza sovietica, e poi la vita politica nella Germania riunificata e da leader europea. Merkel stessa scrive che le due parti della sua vita non possono essere comprese separatamente e che il suo arrivo nella DDR occidentale fu un vero e proprio ‘shock culturale’. Nelle Memorie emerge che, per chi aveva vissuto nella DDR, il 1989 rappresentò certamente la conquista della libertà, ma anche un enorme processo di trasformazione personale: cambiano improvvisamente lavoro, status, riferimenti culturali, linguaggio, istituzioni e criteri con cui misurare il proprio valore. “Con la fine di un regime, l'individuo non può semplicemente lasciare nel guardaroba, il proprio modo di pensare, di sentire e di vivere ciò che ha vissuto”. La frase contiene forse uno dei nodi centrali della riunificazione tedesca a cui la sua autobiografia dedica due capitoli di fatti, decisioni, speranze e anche scuse portate su quei territori, in cui la nuova cultura economica aveva trovato, dopo la caduta del Muro, cittadini incapaci di gestire i propri interessi perché cresciuti senza conoscere la proprietà privata. E la sensazione, in una parte dell'Est, di essere stata integrata più che protagonista della riunificazione emerge chiaramente come una chiave per comprendere lo scontento di oggi dentro una storia lunga di fratture economiche e sociali non completamente ricomposte.L'altra grande frattura su cui le Memorie della Merkel offre importanti retroscena è quella nelle relazioni con la Russia. Tutta la carriera politica della Merkel come Cancelliera Federale si è svolta soprattutto sul piano europeo ed internazionale. La sua autobiografia svela il paziente lavoro di tessitura diplomatica, fatta con una passione analitica da vera scienziata quale era, con quella prudenza e pragmatismo che aveva imparato nella Germania sovietica, in cui occorreva continuamente capire “dove fossero i confini che non si potevano oltrepassare”.Il ‘metodo Merkel’ in politica estera vedeva “il dialogo politico indispensabile, soprattutto con i Paesi privi di governi democratici perché le nostre filosofie erano molto diverse”.La sua tenacia negoziale, gli incontri personali diretti, il considerare la biografia e le differenze culturali degli altri, per arrivare a punti di incontro ritenuti impossibili, tutto ciò formava la grammatica della sua leadership negli anni cruciali per le relazioni europee con la Russia, con un quadro sugli anni 2007-2008 anno in cui iniziò a scendere il gelo con Putin, a qualche occasione persa e alle prime divisioni globali. La strenua difesa per la libertà e autodeterminazione dei popoli è un filo che tiene insieme tutta la biografia di Angela Merkel: una libertà che non è proclami ma anche fatica, lasciandoci considerazioni importanti sul fatto che la libertà comporta sforzi e costruzione di condizioni su cui non si deve mai abbassare la guardia.Le Memorie non lesinano affondi a critiche ricevute, in materia di immigrazione e, soprattutto, sul mancato riconoscimento della candidatura all’Ucraina, a cui Merkel dedica un intero capitolo, ripercorrendo le ragioni, le valutazioni di rischi, lasciandoci una pagina di politica europea e storia diplomatica europea importante, da cui forse approfondire alcuni aspetti oggi. Lo stile Merkel in politica sembra tradursi anche nella capacità di tenere insieme la dimensione personale e quella politica: comprendere le persone, le loro storie e la cultura dei Paesi con cui si dialoga. Una forma di diplomazia che non prescinde dalle identità, ma le considera come una chiave per costruire il dialogo e trovare terreni comuni. In questo sta forse uno degli aspetti preziosi delle Memorie: farci riconsiderare le possibilità di soluzioni che si celano nella diplomazia. In un momento storico come oggi, in cui le identità culturali rischiano di trasformarsi rapidamente in contrapposizioni geopolitiche e militari, comprendere le differenze culturali non è un esercizio ornamentale. Può essere uno strumento politico. La diplomazia, prima ancora di essere una negoziazione di interessi, è anche la capacità di comprendere l'altro abbastanza bene da poter costruire uno spazio comune.Attraverso la sua autobiografia, Merkel ci dice che le fratture non scompaiono quando vengono aboliti i confini. Restano nelle persone e nei territori, nelle memorie, nelle parole e nelle aspettative. E che compito della politica è lavorare proprio attorno a queste differenze e ostacoli, non importa quanto buia e stretta la strada, ma se non si percorre quella strada non ci potrà mai trovare un ancoraggio a un dialogo possibile. C’è da chiederci oggi, quanto l’Europa che proclamiamo ‘delle culture e delle lingue’ sia davvero abitata dalla politica, quanto si stia cercando di conoscerci reciprocamente, quanto sforzo ci sia davvero di trovare elementi che ci accomunano, penso alle culture giovanili, considerando che è proprio sulle identità collettive che stanno avvenendo gli scontri maggiori, politici ma anche militari. Forse ciò che manca oggi non è un'altra forma di autorità, ma una maggiore profondità culturale nelle relazioni, perché senza riconoscimento non può esserci fiducia, e senza fiducia e riconoscimento non c’è quella ricerca di punti in comune e universali attorno cui convergere. Cos’è in fondo costruire pace, se non tutto questo?Emanuela Rossini Già parlamentare e studiosa di linguaggi e culture


Avanti
Avanti

L’Integrazione che non fa rumore